La nuova moda dei microdrama, o la rivoluzione della serialità contemporanea, parte dalla Cina: serie brevi in forma video comparivano già nel 2013 su Youku (una sorta di YouTube cinese). Tra le capostipiti c’è Non me lo sarei mai aspettato: una commedia a sketch girata in orizzontale, con una prima stagione di quindici episodi da cinque o sei minuti. A mano a mano che il potenziale dello smartphone come «medium totale» si chiarisce, tra gli anni Dieci e Venti del Duemila, anche il destino del microdrama si precisa. Prima di tutto, cambia il format: nel 2022 arrivano i microdrama distribuiti attraverso le mini-app di WeChat, un’applicazione multifunzione per smartphone che a oggi non ha veramente equivalenti in Europa e in America.
Gli episodi sono pensati per una fruizione istantanea e comoda per lo smartphone: sono lunghi circa un minuto, la ripresa è verticale in 9:16, ottimizzata per lo schermo tascabile. Nel 2024 il settore valeva, secondo la China Netcasting Services Association, 50,4 miliardi di yuan (circa 7 miliardi di dollari), superando per la prima volta il box office cinematografico nazionale. L’impresa rimane prevalentemente cinese: secondo le stime della società di ricerca Omdia, i ricavi del settore a livello globale nel 2025 sono circa 11 miliardi di dollari, di cui meno di 2 fuori dalla Cina. Anche la crescita sugli app store è vertiginosa: secondo Sensor Tower, in un anno la spesa nelle app di microdrama di tutto il mondo è passata da 178 milioni di dollari a trimestre (inizio 2024) a quasi 700 milioni (inizio 2025), e circa la metà di questa cifra la spendono gli statunitensi.
Le riprese di questo tipo di serie sono rapidissime, spesso meno di due settimane; i primi episodi sono gratuiti per agganciare lo spettatore, il resto si paga dentro la mini-app. Le forme e i contenuti della narrazione si adattano agli stili di fruizione tipici dello smartphone: la brevità corrisponde alla frenesia dello scroll e a un’attenzione collettiva che passa sempre più in fretta da un tema all’altro: uno studio pubblicato su Nature Communications nel 2019 lo associa a un eccesso di disponibilità di contenuti da consumare. La complessità psicologica dei personaggi delle serie delle piattaforme di streaming, spesso rivolte a target di fruitori specifici o esigenti, è rimpiazzata da ruoli fissi: il ricco e il povero, il bel ragazzo che tratta male la brava ragazza e la femme fatale che fa impazzire i ragazzi, la matrigna e il galeotto. Le trame ricordano quelle delle soap opera: identità segrete rivelate tragicamente o a forza, rapporti familiari controversi, matrimoni combinati, umiliazioni domestiche che si risolvono nel corso degli episodi in modi talvolta inaspettati, attraverso rivalse gratificanti e compiaciute. Ma la brevità, la semplicità e i colpi di scena non bastano a spiegare, da soli, la tendenza di questo format a generare, in chi lo segue, una certa dipendenza. In un paper del 2025, l’economista di Princeton Renjie Bao ha analizzato i dati di visione di un microdrama tra gli utenti statunitensi di una piattaforma del settore. Bao mostra che gli utenti paganti guardano l’82,1% in più di quanto lasciava prevedere il loro primo acquisto: gli episodi son brevi, ma uno tira l’altro… Secondo Ken Fung, psicologo di Hong Kong, i microdrama sono progettati per creare dipendenza, come una slot machine: chi li guarda sa che sta per arrivare qualcosa di eccitante, ma non sa quando, ed è l’incertezza a generare una fruizione dipendente.
I produttori di microdrama adottano tre strategie per ottenere la fedeltà del consumatore. La prima: ogni episodio finisce prima della risoluzione. La psicologia lo descrive da tempo come «effetto Zeigarnik», anche a proposito di condizioni diverse: ad esempio, un compito interrotto resterebbe in mente più di uno concluso. Le repliche non l’hanno confermato in modo stabile; regge meglio la spinta a riprendere ciò che si è lasciato a metà, detta effetto Ovsiankina. Il microdrama industrializza questa dinamica dell’interruzione che «lascia appesi», offrendo letteralmente un’interruzione al minuto. La seconda: nei microdrama mancano quei segnali di avvicinamento alla conclusione dell’episodio, che avevano anche una funzione rituale.
La televisione, prima di internet, aveva pause naturali: la puntata finiva, c’era un orario, bisognava aspettare il giorno dopo. Beautiful si guardava a una certa ora, poi si spegneva. Il microdrama elimina tutte le soglie in cui è più facile decidere di smettere: l’episodio successivo parte da solo, senza alcun orario né attesa. L’ossessione nasce meno dall’intensità del contenuto che dall’assenza di un punto in cui fermarsi. La terza: il paywall arriva quando la voglia di continuare è più forte, e si paga in «monete» virtuali che ai più sprovveduti fanno perdere il senso del prezzo reale. Le abbiamo chiamate «strategie per ottenere la fedeltà del consumatore», ma il risultato di quest’attenta costruzione sulla psiche di molti spettatori è una nuova ossessione, accompagnata inesorabilmente dalla compulsione: il pensiero fisso, la voglia di continuare a guardare, e quindi pagare.
Nel giro di pochi anni, lo smartphone è diventato una protesi dei nostri corpi: non ci rendiamo nemmeno conto di quante funzioni che prima svolgevamo in proprio vengano oggi delegate alle app e agli strumenti incorporati negli smartphone, sempre a portata di mano nelle nostre tasche. Un unico device, piccolo e maneggiabile, rende la soddisfazione delle nostre mille esigenze a misura di clic: non solo comunicare, com’è ovvio, ma anche orientarsi per strada, calcolare distanze, raccogliere informazioni, gestire flussi di denaro; e, sempre di più, consumare prodotti culturali e giocare. Ognuno di noi è dunque spontaneamente indotto a sentirsi, in un certo senso, il centro del mondo: la «customizzazione» resa possibile dalla logica degli algoritmi permette a ciascuno di entrare nel cyberspazio da una prospettiva specifica, la propria. Meno evidente è il fatto che questa stessa customizzazione rinforza le barriere sempre implicite in qualsiasi prospettiva: la porzione di mondo che il nostro smartphone permette di «illuminare» è sempre più il frutto di un negoziato tra le nostre libere scelte e le possibilità di azione e significazione che ci vengono offerte, adeguate dagli algoritmi alle nostre preferenze e ai filtri che noi stessi adottiamo nelle ricerche sul web. Questo produce in realtà una «riduzione» sempre più fine del mondo alle nostre aspettative.
Per quanto riguarda gli ambienti comunicativi, come i social, questa dinamica, già da anni studiata, produce le cosiddette «bolle» (Eli Pariser, 2011), nelle quali l’algoritmo fornisce a ciascuno contenuti che risuonano con le sue aspettative e preferenze. Accanto alle bolle, come ha notato C. Thi Nguyen (2020), si possono sviluppare «echo chamber», cioè ambienti formati da utenti che condividono preferenze e opinioni e che imparano a screditare come semplicemente ostili le voci divergenti. Sorge così un contrasto tra l’impressione di autonomia che ognuno di noi ha quando usa lo smartphone e le condizioni in cui tale autonomia si esercita veramente: vincoli perlopiù non percepiti, e anche per questo particolarmente efficaci. Quell’impressione di autonomia è il miglior cavallo di Troia per introdurre nella nostra vita bisogni nuovi o pratiche potenzialmente alienanti. Ci sentiamo più autonomi nell’accesso al mondo, ma in realtà siamo esposti come mai prima d’ora alle logiche di mercato che governano il web. Ed è in questo spazio contraddittorio e ambiguo che si fanno strada le nuove ossessioni del nostro tempo.
Le dinamiche ossessivo-compulsive collegate alla fruizione di prodotti culturali sul web sono relativamente meno studiate rispetto a quelle legate al trasferimento delle relazioni sociali e affettive su schermo attraverso i vari tipi di social. In entrambi i casi, comunque, ciò che viene delegato al web e vissuto attraverso lo smartphone cambia di sostanza: la tridimensionalità, la corporeità, la durata delle cose che si fanno lentamente, come donne e uomini, esseri «estetici» in quanto dotati di sensi che «sentono», «soffrono» e «godono» la realtà prima ancora di spiegarla, evaporano nella Flatlandia bidimensionale degli schermi (che queste cose siano relazioni o serie tv, cambia poco). E allora, senza posizioni tecnofobiche di principio, il nostro destino ora dipende, almeno sul piano culturale, dall’atteggiamento che assumiamo di fronte alla trasformazione in corso.
Se riteniamo che le nuove tecnologie sostituiranno quelle vecchie, come la stampa ha sostituito la lenta pratica della copiatura amanuense, allora il minuto di serie tv con colpo di scena per non tediare lo spettatore prefigura la prossima trasformazione dell’umano in Dory, il pesce smemorato del cartone animato Disney Alla ricerca di Nemo, che non sa bene né dove si trova né perché, ma rimane molto sensibile ai sentimenti di piacere e di dispiacere del momento specifico che sta vivendo. Se invece, come per esempio è accaduto al cinema e alla radio con l’arrivo, molto più tardo, della televisione, le nuove forme di consumo convivranno con le altre, rispondendo magari a esigenze diverse di gruppi sociali diversi (o anche della stessa persona, in momenti diversi del giorno), allora potremo avere un’umanità sempre più curiosa, articolata e potenzialmente intelligente, in quanto capace di godere di prodotti culturali anche diversissimi, dall’alta cultura al trash, senza vergogna, ma anche senza rinunciare al proprio senso critico, cioè appunto alla propria umanità.
È ricercatore in estetica all'Università di Torino


